MANIFESTO

per una

NUOVA MULTIVERSITÀ

 

 

 

La natura, in base a come domandi… risponde.

Comprendere che i problemi della società moderna sono la diretta espressione dei problemi della gnoseologia e dell’epistemologia, ossia di come l’umanità (meglio, la sua porzione “civilizzata”) ad oggi dispiega ‘il metodo della conoscenza’, costituirebbe un grande passo avanti. Infatti, se non vi è verità, non vi può essere alcuna giustizia e, senza essa, alcuna autentica e necessitata libertà.

La questione cruciale allora è: come, nel nostro attuale paradigma sociale, si discerne il vero, il reale, da ciò che è solo credenza…? Inoltre, la credenza, la doxa, può essere completamente ‘radiata’ dall’atto del conoscere? La verità alta (aletheia) può davvero essere solo pura epistéme (ciò che è riducibile a immediata datità)? E, se non può, allora come è possibile costruire una conoscenza autentica e veridica, quando/se entro i contesti in cui la conoscenza viene costruita e trasmessa non dimora un’attitudine intrinsecamente dialettica, analogica, multifocale, complessa e relazionale?

Tutti coloro che hanno ancora in se stessi un barlume di senso critico (in ‘habitus francofortese’), hanno ben chiaro che il sapere (quella cruciale categoria tramite cui dovrebbero – ‘accordo realitatis’ – declinarsi la vita e la società) ad oggi soffre di profondi e subdoli problemi (tanto di contenuto, quanto di metodo) e che tali problemi, oltre a star affossando la cultura ed il tessuto sociale in deliri tanto disumani, quanto suicidi, stanno sabotando ab initio la possibilità di un loro riscatto entro il contesto “positivo” su grande scala (ossia entro le istituzioni world-leading di istruzione e ricerca).

Primo tra i molti problemi si consideri quello della “Scienza” che – si badi bene – non è tanto il problema del (ben noto) riduzionismo delle scienze dure… bensì pertiene ad una hybris pervadente che ha colonizzato ogni campo della conoscenza e della cultura, tipizzato negli ultimi tempi persino dallo scimmiottamento ebete – per ‘darsi un tono’ – nei confronti di quelle metodologie apodittiche e “riduttiviste” tipiche delle scienze dure (e spendibili in quei contesti del reale e del conoscere piuttosto semplificati in cui l’approssimazione di ciò che è a ciò di cui di esso si può far di conto funziona bene) da parte di quelle discipline in essenza analogiche e radicate nell’irripetibile come quelle in senso lato “umanistiche” (dalla filosofia estetica alla bioetica, fino alla sociologia, alla psicologia e all’arte, per non parlare di ‘terre di mezzo’ quali biologia, fisiologia e quindi medicina).

Ma si comprenda che il ‘successo descrittivo’ (tipico delle scienze dure) è in vero un grande inganno in cui (già da tradizione metafisica) l’umano s’illude che la realtà sia isomorfa alla descrizione che di essa se ne fa, senza meta-osservare peraltro che ogni descrizione – oltre che in funzione di ciò che si è in grado di rilevare sotto il profilo della misurazione – avviene (potremmo dire, costruttivisticamente) entro precisi modelli cognitivi e categorie rappresentative (tutte sceglibili, discutibili… ideologiche se vogliamo, e, pertanto, NON ontologiche, come invece lo è il reale, di fatto irriducibile e  non partizzabile). È ben chiaro che la prassi descrittiva necessiti pur di “parti” a cui riferire e da inserire entro rapporti logici di causa-effetto… questo è vero in quanto costitutivo di ogni linguaggio apodittico (come la matematica, ad esempio). Ma, come già sperimentò nella sua profonda crisi di “seconda stagione” il dapprima neopositivista Ludwig Wittgenstein, la realtà non è riducibile a soli costrutti logici, a collezioni di parti, a operazioni (come ordini da impartire o relazioni di causali diacroniche), né a isolabilità degli enti in un, pur iperfine e dettagliatissimo, “bestiario” dell’esistente.

Senza fare qui trattati interminabili sulle conseguenze che tali criticità hanno in termini dei contenuti generati – cosa che riguarda il dover rimetter mano a molte delle “verità” date per definitive in ambiti che vanno dalla fisica fondamentale, alla biologia, o che da postulati metafisici si ripercuotono fino a risvolti in medicina, senza citare quanto sarebbe da rivisitare l’intero ambito del diritto e del costrutto normativo con cui si declina la poiesi sociale – concentrandoci ora sull’aspetto “di metodo”, potremmo, in un’espressione concisa, dire che ad oggi il problema della società tutta è radicato nella modalità duale e dicotomica, entro cui vige l’insostenibile  postulato della parte in sé (isolabile), con cui l’umano (alienato, anche se cólto) si rapporta all’esistente e quindi alla conoscenza tanto della physis,  quanto di se stesso (de facto indivisibili).

Per coloro che hanno colto ciò, chiaramente si pone il problema di come dar vita ad un apparato (in senso anatomico-funzionale) che possa farsi mediatore e generatore di gestualità altre riguardo al sapere, alla conoscenza, alla cultura (tanto nel custodirli, tanto nel trasmetterli, quanto nell’accrescerli e raffinarli, portandoli sempre più verso un’accordatura perfetta tra natura e cultura). Nel “vecchio mondo” il depositario di tali funzioni è (era?) il mondo accademico, le università, in cui si svolgono tanto i curricula delle svariate discipline, quanto i programmi di ricerca (tanto di base, che applicata).

Quando si è portatori di una visione ed una sensibilità che domandano, urgono, un modus di conoscere ed imparare atto ad appropriarsi degli spazi gnoseologici con una fluidità ed un’intrinseca interdipendenza non rintracciabili de facto in quanto offre ad oggi il “mondo accademico”, si è consci che – se si vuole dare qualche chance concreta di conservazione e prosperità ad una parte di umanità ancora viva e sveglia – bisogna dar vita ad un organismo nuovo… che trovi il proprio ruolo in un ecosistema nuovo, entro cui quelle visioni e sensibilità siano il tessuto fondante.

Stiamo parlando di una nuova umanità, in cui una nuova Università (o Multiversità), all’insegna di quel cambio prospettico e conscia del problema di fondo della conoscenza di cui sopra, non è altro che la fisiologica conseguenza di una nuova economia, una nuova medicina, una nuova agricoltura, un nuovo modo di educare, di comunicare… così dome di una nuova gestualità spirituale, ecc. (aspetti tutti, spinozianamente, molto concreti e ben radicabili in ciò che dalla physis è riscontrabile con esperienza diretta dell’intelligenza del regno vivente, bios, a patto di guardare con occhi complessi e sistemici… e che nulla hanno a che fare con abborracciate posizioni misticiste, spiritualiste o “new age”).

In questo scritto, si stanno volendo tracciare quei motivi di sfondo a supporto della creazione di un nuovo contesto “accademico” entro cui possano riconoscersi docenti, ricercatori, studenti, famiglie, così come le comunità ed i contesti sociali a cui gli stessi afferiscono, lontani dai deliri totalitari e discriminatori (tanto scientisti, quanto perbenisti, tanto sanitari quanto politici, tanto mediatici, quanto bellici) che senza veli si sono resi manifesti in questi ultimi tre anni, portando fuori una verità tanto scomoda quanto preziosa.

Per chi vuole far parte di un nuovo ecosistema umano in cui ritiene di potersi spendere nell’importante e delicatissimo organismo della formazione delle coscienze, dei loro strumenti culturali, delle loro competenze spendibili in prassi utili alla vita, così come della ricerca, e se sente di volerlo fare con una visione e sensibilità che necessariamente non possono interagire con gli obbrobri che abbiamo tutti visto svolgersi entro “il sistema istituzionale” finora… allora forse può unirsi al presente progetto e co-operare per un’umanità nella gioia e nell’armonia con il sentimento della vita.